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Adrenoleucodistrofia legata all’X: cos’è e come si manifesta

L’adrenoleucodistrofia legata all’X, detta anche X-ALD, è una malattia genetica degenerativa. I soggetti che ne soffrono subiscono il deterioramento progressivo del sistema nervoso e delle ghiandole endocrine. Ne esistono tre tipi con sintomi e età di comparsa diversi, tutti accomunati dalla distruzione graduale della mielina.

L’X-ALD è causata da una mutazione nel gene ABCD1, che si trova nel cromosoma X. Il gene codifica per la proteina ALDP, che serve a eliminare gli acidi grassi saturi a catena lunga e molto lungo. Quando i livelli della proteina sono troppo bassi, gli acidi si accumulano e danneggiano le cellule della glia.

Il processo è ancora oggi poco chiaro, ma i risultati sono evidenti: le cellule non producono più mielina, lasciando i nervi scoperti. Ciò provoca una risposta immunitaria, con conseguente demielinizzazione. Il processo si alimenta quindi da solo ed è impossibile da fermare, quanto meno con gli strumenti a disposizione.

I sintomi variano a seconda del tipo di variante e si traducono in tre versioni della malattia.

  • Adrenoleucodistrofia cerebrale legata all'X (X-CALD), la forma più comune e grave. Si manifesta tra i 3 e i 12 anni con ridotta attività surrenalica, difficoltà di apprendimento, convulsioni. La malattia porta allo stato neurovegetativo nella fase terminale.
  • Adrenomieloneuropatia (AMN), forma con esordio in età adulta. Tra i 20 e i 30 anni si manifestano rigidità degli arti, dolore alle mani, debolezza. Anche in questo caso, si sfocia nello stato vegetativo.
  • Adrenoleucodistrofia con insufficienza corticosurrenalica (AI) isolata, che colpisce il 70% dei maschi affetti da X-ALD. Nel 10% dei casi, rimane l’unico sintomo. Negli altri, è il segno d’esordio per la malattia.

La diagnosi della malattia avviene a partire dall’osservazione clinica, seguita dall’esame dei livelli di VLCFA e dalla risonanza magnetica. Il test genetico per il gene ABCD1 conferma la diagnosi e funge anche da diagnosi prenatale.

Fonte: osservatoriomalattierare.it

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Deficit di ornitina transcarbamilasi: cos’è e come si manifesta

Il deficit di ornitina transcarbamilasi o OTCD è una malattia genetica che interessa il ciclo metabolico dell’uretra. La carenza dell’enzima impedisce la detossificazione da ammoniaca, con conseguenze su tutto l’organismo. Nei casi più gravi, provoca anche complicanze neurologiche.

Si calcola che la malattia colpisca circa 1 nuovo nato su 56.000, soprattutto maschi. In gran parte dei casi, i primi sintomi si manifestano a pochi giorni dalla nascita. Esistono però anche forme a esordio tardivo, più rare.

I primi sintomi sono difficoltà a succhiare il latte e letargia, che spesso si trasforma in vero e proprio coma. In alcuni casi, i piccoli manifestano crisi epilettiche e iperventilazione. Se non si interviene subito, i bambini possono sviluppare un’encefalopatia e morire in pochi giorni. La forma più lieve si manifesta invece dopo, di solito all’inizio dello svezzamento.

Negli adulti, il manifestarsi del deficit di ornitina transcarbamilasi è legato allo stress ambientale. Talvolta si verifica dopo il parto o dopo interventi chirurgici, oppure in correlazione con una dieta ricca di proteine. In questi casi, i sintomi sono nausea, vomito, delirio. Se non trattati, intervengono il coma iperammoniemico e le complicanze neurologiche, che possono sfociare nel deficit cognitivo.

Qualora il paziente entrasse in coma iperammoniemico, la prima cosa da fare è ridurre i livelli di ammoniaca. Sul lungo termine, bisogna ridurre l’assunzione di proteine e rimuovere l’azoto con farmaci appositi. Nei casi più gravi, è necessario un trapianto di fegato. Chi soffre della forma lieve di deficit può vivere una vita quasi normale. Purtroppo, la forma più comune e grave ha una prognosi quasi sempre infausta.

Per la diagnosi si analizzano i livelli di ammoniaca e di altre sostanze nel plasma. In un secondo momento, si usano le analisi molecolari per confermare la diagnosi. Qualora ci siano stati casi conclamati in famiglia, è possibile avvalersi della diagnosi prenatale.

Fonte: orpha.net

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Sindrome di Chédiak-Higashi: cos’è e come si manifesta

La sindrome di Chédiak-Higashi è una malattia genetica rara che colpisce il sistema immunitario. La malattia causa un difetto nelle cellule fagocitarie, che non riescono a processare ed eliminare i batteri. Ciò provoca la comparsa di granuli lisosomiali giganti nei neutrofili, nelle cellule neurali e in altre. Il tutto sarebbe causato da un’anomalia nel gene LYST (lysosomal trafficking regulator).

L’accumulo dei granuli provoca un’ampia gamma di sintomi nei pazienti. Quelli più evidenti sono l’albinismo e la tendenza ad ammalarsi molto più spesso della media, specie a causa di infezioni respiratorie. Inoltre, circa l’80% dei pazienti sperimenta una fase accelerata della malattia. In questo lasso di tempo, il malato soffre di febbre, ittero, aumento di volume di fegato e milza, ingrossamento dei linfonodi. In genere, tutto questo porta alla morte nell’arco di circa 30 mesi.

La diagnosi avviene mediante l’analisi di un campione di sangue periferico, alla ricerca di granuli. Per verificare lo stato dei precursori cellulari dei leucociti, si esamina anche un campione di midollo osseo. I test genetici servono per confermare la diagnosi data dalle osservazioni cliniche. Di solito, non è necessario esaminare i parenti prossimi, salvo casi sospetti.

Ad oggi, l’unica terapia efficace è il trapianto di cellule staminali ematopoietiche. In questi casi, circa il 60% dei pazienti sopravvive a cinque anni dal trapianto. Senza un donatore compatibile per il trapianto, la prognosi è molto più negativa: la gran parte dei pazienti muore entro i 7 anni di età. Gli antibiotici possono aiutare a prevenire le infezioni, ma non sono una terapia risolutiva.

Fonte: msdmanuals.com

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Sindrome di Costello: cos’è e come si manifesta

La sindrome di Costello è una malattia che colpisce circa 300 persone in tutto il mondo. È causata da mutazioni nei geni che controllano lo sviluppo e la divisione delle cellule di diversi organi. In circa l’80% dei pazienti, l’anomalia provoca dei cambiamenti negli amino acidi p.Gly12Ser. Purtroppo ciò provoca sintomi variabili, il che rende la diagnosi difficile. L’unico criterio affidabile è l’analisi genetica.

I bambini con la sindrome di Costello nascono sottopeso e fanno fatica ad alimentarsi, tanto da rendere necessaria l’alimentazione forzata. I piccoli crescono più lentamente rispetto alla media e sono di bassa statura, spesso afflitti da una moderata disabilità mentale. In alcuni casi, la malattia provoca anche macrocefalia, malformazioni muscolari e scheletriche, problemi cardiovascolari. I ritardi nella crescita provocano anche uno slittamento in avanti della pubertà, cui si contrappongono i sintomi dell’invecchiamento precoce in età adulta.

La sindrome di Costello è per molti versi simile ad altre malattie, il che ne ostacola la corretta diagnosi. Le persone con casi in famiglia possono ricorrere alla diagnosi prenatale. Affinché i test siano efficaci è però necessario conoscere la mutazione genetica che corre in famiglia.

I trattamenti disponibili oggi si concentrano sui sintomi della malattia. I medici agiscono quindi sugli eventuali problemi cardiovascolari, anche con la chirurgia. Per i problemi intellettivi si usano strategie educative specifiche. Per contrastare lo sviluppo di tumori – eventualità molto presente in questa malattia – si ricorre a controlli periodici.

Fonte: orpha.net

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