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Aurora magazine

Identificati 63 nuovi geni legati al cancro alla prostata

Grazie a un progetto di ricerca durato 6 anni, i ricercatori della Case Western Reserve University School of Medicine hanno individuato 63 mutazioni genetiche che aumentano il rischio di cancro alla prostata. I marker genetici aiuteranno a migliorare i test genetici, determinando chi ha bisogno di controlli regolari.

Studi precedenti avevano individuato circa 100 anomalie legate al cancro alla prostata. La presenza di una o più di queste aumenta del 50% il rischio di sviluppare un tumore. Lo studio guidato dal dottor Schumacher ha fatto un passo ulteriore, individuando 63 nuovi marker genetici.

Il team ha sequenziato il DNA di circa 140.000 uomini di ascendenza europea. Circa 80.000 di questi avevano sofferto di cancro alla prostata. I rimanenti 60.000 non avevano mai mostrato alcun sintomo legato alla malattia. I ricercatori hanno comparato i dati, rilevando 63 varianti genetiche presenti nel primo gruppo ma non nel secondo.

Secondo i ricercatori, i marker genetici individuati ad oggi potrebbero essere solo la punta dell’iceberg. Le anomalie genetiche legate alla malattia potrebbero essere 500-1000, anche se non servirà mapparle tutte. Per migliorare la vita di tanti uomini potrebbe bastare il 10-20% di queste, così da prevenire lo sviluppo del tumore o scegliere la terapia migliore.

Il tumore alla prostata ha una forte componente di familiarità. Gli uomini con un fratello affetto dalla malattia hanno più probabilità di svilupparla a propria volta. Il test di screening attuale individua un antigene specifico della prostata, i cui livelli indicano la possibilità che si formi un tumore o che sia già presente. Se i livelli sono alti ma non ci sono neoplasie, allora bisogna ripetere il test entro 2 anni.

Lo studio di Schumacher si concentra sulle varianti genetiche per il suo test di screening. Per il momento è ancora presto per parlare di test genetici specifici. Ciononostante, la scoperta dei 63 nuovi marker è un grosso passo in avanti.

Fonte: medicalnewstoday.com